Be acid.

Grida tu qualcosa, come quando dai tuoi occhi traboccava il cielo. e cosa vuol dire questa cosa di darsi, di prestarsi a qualcun altro a tempo indeciso e impreciso. per poi vedere insieme le macerie del paesaggio. scambiarsi i modi di dire. farsisoffrire, non darlo a vedere. rimanerci male, che non mi vieni a vedere.

Cara me,

Ti ho trascurata, ti ho messa nell’angolo più remoto della camera, del mio letto, del mio armadio, probabilmente quando ho fatto il cambio stagione. Ti ho lasciata piangere per qualcuno che per ogni tua lacrima spendeva un sorriso, che si augurava che ti riprendessi tutto il male, tutto il dolore che probabilmente avevi lasciato scivolare nelle tasche e negli occhi di qualcun altro.

Scusami, perdonami, scusami se non sono stata ad ascoltare le tue esigenze mettendo prima il mondo, mettendo ogni cosa davanti al tuo sorriso, o forse sotto, che è ancora peggio. Scusami per tutte le volte che ti meritavi di più, di più di un insulto e così tante urla, non ti ho difeso abbastanza, e tu piangevi  io ti guardavo, ti guardavo come si guardano le scarpe rotte, con quella malinconia per i chilometri percorsi e la volontà soffocata di comprarne un paio nuove.

E scusami, scusami se non ho saputo accarezzarti i capelli quando sei rimasta sola, quando i tuoi occhi e le tue orecchie non hanno fatto altro che sentire le portiere delle macchine sbattere, le porte aprirsi per farti guardare il passo sicuro di chi andava via. 

Perdonami se non ti ho rimboccato le palpebre quando sentivi troppo forte addosso il peso delle cose, se non ti ho rispettata lasciandoti tra le mani, le carezze e gli abbracci di chi è andato via, se ti ho esposta a dolori tanto grandi da non sopportare neanche i diari di Kurt Cobain e le sue lettere suicide. 

Perdona i silenzi che non ho riempito, i sorrisi che ho evitato, gli sguardi che non ti ho fatto incrociare, perdona le mancanze che non ho saputo colmare, le parole che non ho trovato per descrivere quanto improvvisamente la pressione dell’aria si sia fatta sentire sulle scapole, perdona il male che io, e soltanto io ti ho fatto.

E scusami, cara me, se ti ho lasciata andare senza vederti tornare.

Con affetto, me. 

Avrei voluto tanto dirmi che non è così.

Credimi, avrei voluto dirmi che le persone sulla metro leggono libri e schivano gli sguardi rapiti dai finestrini, che bianco e nero non sono l’uno la negazione dell’altro, anzi avrei voluto aggiungere che non esisterebbe nero senza bianco; avrei voluto dirmi che non sto male come credo di sentirmi, che ormai le giornate passano, che è passato un mese e ogni giorno sottraggo minuti al tuo stupido pensiero, che se mangio il mio CBO sul divano ha lo stesso sapore di quando mi passavi la birra chiara sulle labbra; avrei anche voluto dirmi che non ne vale la pena che io ho il sorriso più bello se non devo condividerlo.

E poi avrei voluto dirti anche un sacco di cose.

Per esempio avrei voluto dirti che non ascolto più le canzoni delle Luci della centrale elettrica, che mi manca Vasco ma che lui capisce che siamo nati e morti lì noi due, quella sera con il cellulare in aria per farmi sentire com’era l’amore ai tempo dei licenziamenti dei metalmeccanici, o anche avrei voluto dirti che non mi è mai piaciuto quel modo che hai di reagire alle cose, alle delusioni, alle ferite, tu sei per il pronto soccorso, io sono per la convalescenza sotto le coperte, ma avrei voluto dirti anche che ho conosciuto una parte di me che credevo morta, sepolta sotto chili di terra insieme al marmo freddo della tomba di mio padre, e no, non fare quella faccia come a dire ‘Lascia riposare in pace i morti’, e no, non piegare le labbra in quel tuo sorrisino strafottente, ti sto parlando: ho conosciuto la parte di me abituata al dolore, quella parte di me che non muore, ne rinasce, è ferma, immobile, come il legno, la mia parte di legno. Inoltre avrei voluto dirti che l’amore non si dimentica come hai fatto tu, che non c’è alcun ‘c’era una volta’ se nessuno prima ha vissuto ‘felice e contento’, lo vuoi capire? Avrei voluto dirti che continui a ripetere quanto di me non ti interessi più nulla quando nel tuo comodino, o nel cestino dell’immondizia c’è ancora la mia lettera dalla calligrafia disordinata. Capisci cosa sto cercando di dirti?

Un’ultima cosa, ci tenevo la sapessi.

È solo questione di abitudine, credimi, poi neanche più le mancanze si fanno sentire e hai lasciato la maglietta nera vicino al barattolo dei biscotti.

Mi chiedo dove vadano a finire i grandi amori.

Si insomma, dove vanno a finire le storie d’amore dalle corse dietro i treni? O quelle dai tradimenti-lietofine?

Ho sempre pensato ci fosse una grande scatola come quella sotto il mio letto, una voragine di forma rettangolare dal coperchio brillantinato dove vanno a finire i grandi amori e gli amori grandi, dove vanno a finire i progetti, le speranze, quel sorriso sulle labbra l’attimo prima del bacio.

Il problema è che lo sento davvero, che precipito e tu rimani su, mi son portata con me la parte di te che mi amava ancora, avrei voluto lasciartela, avrei voluto ti rimanesse qualcosa di me, ma hai urlato e io ho ceduto, e io mi sono buttata come un suicida dall’ottavo piano con quella stupida e strana sensazione di volare prima di morire.

Ogni canzone mi ricorda che ci sono milioni di canzoni che scendono giù con noi, con me, che se chiudo gli occhi sento ancora le tue mani tra le mie, amore che hai dimenticato, amore agli occhi degli altri terribilmente sbagliato e nocivo il mio, il mio per te. Precipito tra i baci e le braccia, tra le lenzuola e le domeniche mattina. 

E ogni volta che mi giro penso ‘questo gli sarebbe piaciuto’ oppure ‘questa canzone deve sentirla’, poi ti scrivo, poi urli e io mi dico che non tornerò che non lo farò più, che nulla mi farà tornare da te. 

Penso ci sia un ritornello per ogni storia d’amore, e adesso c’è quello della canzone che è appena uscita e non ho fatto in tempo a farti sentire prima che andassi via, ormai è passato un mese, ormai mi hai già dimenticato mentre sento la tua ombra dritta dritta sotto pelle. 

Imparerò ad essere felice per te, imparerò a non esser più con te.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=vZarE8_M3fc

Ascolta la nostra ultima canzone. 

Ho paura di abituarmi all’idea.

Ho paura di abituarmi all’idea che la pioggia non mi faccia più paura come prima, che se non ti trovo a letto quando torno a casa, posso anche buttare i vestiti sulla coperta. Paura di abituarmi all’idea che da quando non ci sei ti penso un’ora in meno al giorno, paura, terrore, brividi nel non sentire più il bisogno della tua voce.

Ho paura di abituarmi all’idea che forse non eravamo destinati a stare insieme, io, io che ti ho amato nel modo più sbagliato, nel modo più velenoso eppure nel modo più viscerale. Ho paura di abituarmi all’idea che sorridiamo in stanze diverse, in occhi diversi, paura di rincontrarti un giorno e chiederti se mi hai davvero amato o se sono stata una dolce parentesi della tua quasimaturità. 

Ho paura di abituarmi all’idea che De Andrè mi piaccia ancora come quando lo ascoltavamo nelle sere d’inverno chiusi ermeticamente sotto le coperte, nel nostro letto, mondo parallelo, rifugio antiatomico. Ho paura di abituarmi a non sentire più il peso della tua mancanza tra le foto come carta da parato della mia stanza, paura di abituarmi all’idea che nulla tornerà come prima, che nulla mi ricorderà più il tuo profumo su questo cuscino.

Ho paura di abituarmi all’idea che passeranno i giorni, i mesi e non ci sarà più nulla tra di noi, che dimenticheremo le notti, le braccia, i sorrisi e i morsi sulle labbra, che non ricorderemo le istruzioni per stare più vicini, paura di non avere più la forza di stringere tra le braccia un ricordo che mi toglie il respiro, una lettera che non rileggerai, che non riscriverò, che non amerò, non più.

Ho paura di abituarmi all’idea che siamo guariti, che ci siamo disintossicati.

Avrei preferito morire d’amore, amore, come Sid e Nancy, avrei preferito morire di te, emme.

- Andrà tutto bene, mia piccola bambina, sei stata disegnata con i raggi del sole - 

E mi scopro a planare distesa sul tetto del mare.

E mi trovo a vagare tra le frasi, le canzoni, le fotografie, e mi trovo a scrivere lettere che non ti farò leggere mai.

E mi perdo tra le tue parole.

E mi trovo tra le tue parole.

E mi scopro tra le tue parole.

E mi trovo a guardare il tuo sorriso felice riflesso in occhi non miei, con ciglia non mie. E’ passato un mese da quando abbiamo iniziato ad urlare, oggi, esattamente oggi saremmo stati noi, ancora una volta. 

Poi hai preferito scappare, hai preferito andare via con qualcuno che non sono io, e più ti scrivevo e più ti allontanavi e più ti odiavo e più non mi guardavi. 

Non è silenzio di noia, non è silenzio di meraviglia, non è silenzio di quiete, non è silenzio, o almeno non mi sembra silenzio.

‘Tu sei la mia famiglia’

Mi hanno chiesto di scrivere un tema sulla mia famiglia oggi, e devo confessarvi che non è facile, che per me è difficile parlare di una cosa tanto importante quanto assente. 

A casa mia è tutto molto particolare, si, mi piace pensarla così, tutti si sforzano di darsi a vedere belli e che felici, e se lasci il piatto pieno nessuno se ne accorge, se hai gli occhi gonfi o ti tremano le mani sarai sempre la sola ed unica a saperlo. A questo punto non credo neanche sia una cosa volontaria, credo che ognuno di noi abbia preso l’abitudine di non parlare, di alzare la musica, aprire un libro o accendere la play station, in base all’età ovviamente. A casa mia non si parla, si lasciano bigliettini sul tavolo la mattina per dare comunicazioni della serie ‘Porta il cane fuori’ oppure ‘Prepara la cena’, ‘Non svegliarmi domani mattina’, ognuno mangia quando e dove vuole, non si torna a casa e se lo si fa non ha importanza se con le ginocchia sanguinanti o le occhiaie fin sotto i piedi, a casa mia la parola famiglia è stata violentata.

Ho incontrato una persona, un ragazzo, ed eravamo nel periodo in cui non senti il peso dei problemi, delle cose o della distanza, hai quel punto fisso in testa e la sicurezza che sai che niente e nessuno mai te lo porterà via. Passarono i giorni e soprattutto le notti, ho sempre odiato la notte, mi ha sempre spaventato, ho paura del buio e dei miei fantasmi (sono cresciuta con dei fantasmi, ne sono sicura), ma con lui sembrava più facile, mi portava la luna in camera e loo guardavo come nessuno più l’avrebbe guardato mai.

L’ho fatto entrare nella mia vita con la stessa velocità e sicurezza con cui un maratoneta che taglia il traguardo. Ero sicura, ero sicura che dopo esser diventato casa mia, era pronto a diventare la mia famiglia, il mio papà e la mia mamma ad accarezzarmi i capelli, il mio fratello maggiore a rimproverarmi per un coglione, ero sicura, sicura di potergli affidare la mia vita come si fa con Dio.

Era il mio unico fottutissimo punto di riferimento.

- Dai kà, non è difficile scrivere della tua famiglia, inventa -

Ecco inventa, inventa e chiudi gli occhi.

Descrivi la tua famiglia.

Ogni giorno quando torno a casa la guardo, ha gli occhi come i miei e il sorriso più bello, i denti bianchi e perfetti sembrano riflettere la luce dei suoi occhi, mi guarda e puntualmente mi chiede come è andata a scuola, quali bei voti ho preso e quale facoltà vorrò scegliere da grande, che parolone, con le non mi spaventa il futuro. A tavola c’è seduto il papà, lo stringo, gli bacio le guance e sento la sua barba sulle mie labbra, punge ma non mi toglie il sorriso, è una sensazione con cui sono cresciuta, un dolore che amo da morire. Mi dice che non mi lascerà mai, che anche oggi è tornato dal lavoro, che ha lasciato la moto in garage, che oggi non rischierà la vita. Mio fratello gioca, ormai dice d’esser troppo grande per gli abbracci, ma perdono il suo classico orgoglio maschile da preadolescente, so che mi vuole bene, me ne vuole per davvero, gli do un bacio al volo e salgo su da mia sorella che inizia a parlarmi delle sue infinite e contorte relazioni sentimentali, sarà logorroica ma a me piace così com’è, la sua voce mi rilassa. Il mio cane è sul tappeto ai piedi del mio letto, troppo pigro a salutarmi, gli accarezzo le orecchie e sembra accennare un saluto con il muso. 

A casa mia non abbiamo bisogno della musica, a casa mia ci sono tante parole, abbracci e sorriso, la mia famiglia sa di buono, sa di vissuto, come la mia casa, come il mio papà.

Mi hanno chiesto di scrivere un tema sulla mia famiglia oggi, e devo confessarvi che no, non avevo nulla di tutto questo da dire.

Love letters.

Caro amore, 

ti ho scritto che speravo tu avessi trovato quello che cercavi, ma non so se è così, non so se hai trovato quello che volevi e desideravi. 

Ma amore grazie, grazie di tutte le carezze e le urla contro il cielo, grazie delle volte in cui mi hai guardato con occhi diversi da quelli del mondo, grazie per la tua voce come buonanotte di dieci mesi ormai, grazie di avermi tenuto la mano e accarezzato le guance, i capelli, le labbra e i polsi. Grazie per quelle tue dolci e premurose attenzioni, per il tuo amore così semplice, grazie per quella sera che sei tornato a casa strafatto e quella volta in cui mi hai promesso di salvare le stelle cadenti nella notte di San Lorenzo. 

Spero tu possa pubblicare il tuo libro, e diventare quello che volevi, spero tu possa sentire di meno il peso delle cose e sorridere di più, spero tu possa sorridere alle persone, al mondo o soltanto al tuo riflesso. 

Storia di un amore tra passato e presente,la nostra, ho ancora voglia di abbracciarti, di stringerti, vorrei portarti a prendere un caffè e chiederti come stai, se i tuoi sogni si stanno pian piano realizzando o se almeno li hai tirati fuori dal cassetto, se nel tuo mondo va tutto bene anche se non stiamo insieme, vorrei avvicinare la mano alla tua senza toccarla e chiederti se gli occhi di tua sorella sono ancora di quel celeste assurdo e stupendo che assomiglia al mare di Baricco.

E scusami, scusami ancora amore, scusami se non ho saputo darti tutto quello di cui avevi bisogno, tutto quello che cercavi di vedere in me. Vorrei sapere cosa hai fatto tutto questo tempo , come hai organizzato casa e se nell’armadio che dividevamo c’è ancora qualcosa di mio. 

Vorrei sapere come ti senti da quando ho cambiato casa e letto, dirti solo che sei la cosa più bella che mi sia mai capitata. Chiederti ‘Sei felice?’ e vedere i tuoi occhi brillare.

Spero riuscirai ad andare a vivere a Berlino, a respirare tutto il vento del mondo. 

Chiederti se ti ricordi di noi e tornare un attimo a pensare alle mani sui fianchi, ai risultati scadenti dei miei tentativi in cugina, alle tele che abbiamo dipinto insieme, la tua maglietta con il mio profumo, le stelle cadenti, a quella volta in cui non mi avresti lasciata mai, alla felpa di Rihanna per il mio compleanno. Le tue ciglia, il mondo in cui con ogni parte di me, con tutta la forza, con tutta l’energia dell’universo, ti ho amato. 

Ho urlato al mondo che mi fa star bene.

Gli ho urlato che come sorrido con lui, io, non son capace mai. Lo porto via, lo giuro,  le braccia, la sua risata e quella maledetta voglia di scoprirci il mondo pezzetto per pezzetto, un po’ alla volta, senza pensarci troppo. Treno, aereo, bicicletta. E’ un qualcosa di bello da cui stavolta non voglio uscire, qualcosa che non è bello solo per me, ma è bello punto, si insomma, oggettivamente, come il sole, nessuno avrò mai il coraggio di dire che il sole non è bello quanto indispensabile. Lui è il ticchettio che scandisce il tempo ogni volta che non ho più voglia di ricominciare, lui è profumo d’estate, lui è caramella alla ciliegia, pop corn, vodka alla pesca. Lui è la mia spiaggia alle sei di sera, metà settembre. Cielo, mare, sole, aria, occhi, polmoni, fegato, ossa. Non è facile da spiegare, è una strana malattia, soltanto mia. Non andare via. 

E’ il mio universo parallelo, la vita che vorrei. Tequila per i miei pensieri. Lui è svegliarsi la mattina e trovare ‘Buongiorno pezzo di cielo’, lui è il cuscino con su scritto il suo nome,  la mia finestra sul mondo, il mio libro preferito, le note del mio pianoforte, le corde della mia chitarra, l’obbiettivo della mia macchinetta.

Con lui mi è più facile focalizzare il mondo. 

Vorrei non arrivasse mai sera, vorrei mi parlasse sempre, vorrei essere ciò di cui ha bisogno, la sua consolazione, il suo fare a pugni con il mondo, vorrei prendesse la mia mano tutte le volte che sente di non potercela fare.

Vorrei esser la sua frazione complementare.

Mi basta un suo sorriso, un suo ‘sto bene’ per spaccare il mondo.

Ciao emme. U’r my wonderland.

Sorriso mio, sorriso tuo . 

"Nei miei occhi entri fino a colorare le mie guance pallide, sopra il seno, sul mio ventre, tra le gambe, le tue dita morbide; mani umide di quell’amore fatto d’aria e di complicità. Movimenti prepotenti, lenti, ad inseguire la felicità…"

- Simona Molinari, Peccato originale. (via unatestamozzata)

Lui non alza le mani.

A casa mia la musica aiuta.

In questo periodo sta aiutando mio fratello, me.

Mia madre e il suo amore andato a puttane ci hanno segnato più di quanto l’abbiano fatto i campi di pallone e le corse al parco.

Ogni volta che ne ho bisogno prendo la radio,la porto in camera e mi metto ad ascoltare la musica,a porta chiusa,a sangue aperto.

Dire “no guarda voglio un angolo per me ora,voglio la musica per me ora,non mi disturbare.”

Mi son sempre vergognata di chiederlo,di provare a trovare un angolo per me,vivendo anche nella paura di restare poi sola.

E invece no, ora ho imparato a curarmi,ma non a nutrirmi.

mi curo e mi faccio di nuovo male,mi curo mentre mia madre mi passa sopra se il male continua a mangiarla dentro.

Cos’è successo?

Stasera mi ha messo le mani addosso,mi ha preso la faccia e l’ha sfregata sull’ultimo scalino dopo avermi buttato giù.

E tu cosa hai fatto?

Niente,ho aspettato che lo fermassero. Niente, io non ho fatto niente.

- Sei pazza Regina, lui non alza le mani -

Lui non alza le mani. 

Allora quelle volte in cui lui mi ha preso e mi ha buttato contro il mobile o che io l’ho morso fino a farlo sanguinare? Allora le urla dietro la mia porta, la complicità di mia madre le lacrime che non avevo più, non ricordo dove le ho lasciate.

A casa mia non esiste una famiglia, esiste mia madre, terribilmente egoista e in preda a deliri di onnipotenza, lei devide per tutti, lei ha la tua vita scritta sui post-it del frigorifero, tu sei quello e basta, o riesci, o finisci nel cestino. C’è lui, lui che mi guarda con gli occhi sporchi, lui che mi spoglia con gli occhi e io sento freddo ad ogni sguardo, che mi urla contro. 

Lui che non alza le mani.

Come quando mi ha tirato dai capelli contro lo spigolo di marmo della cugina, quando mi ha lasciato solo vedendo il sangue, solo spaventandosi alla voce squillante di mia madre, per poi riprendere con i calci dopo aver sentito ‘grazie’ da quella strega con i miei stessi capelli.

Mi vergogno di mia madre.

Stasera ho visto un bambino di undici anni dimostrarne molti più di me, ho visto mio fratello prendersi due schiaffi con il mio nome sopra, sentivo le sue urla sfondare le pareti, senza che lo toccassero lui provava dolore per la mia pelle macchiata di uno strano viola, quel viola ematoma, quel viola veleno, dolore. Avrei voluto difendermi per farlo smettere. Non sentivo nulla. Non sentivo più niente, solo il dolore, solo quanto bruciasse, solo quel fuoco che mi pulsava nella gamba.

Non era sangue, era male, male liquido.

A casa mia la musica aiuta, spero sempre faccia più rumore dei miei pensieri.

A casa mia nessuno parla, regna un silenzio assordante, o urla troppo forti per decifrarne il significato.

A casa mia non si mangia tutti insieme, si vomita nel bagno più vicino con le dita in gola, si guarda la tv in stanze diverse.

A casa mia nessuno ha bisogno di nessuno, non esistono legami, non esistono carezze.

A casa mia quasi mi vergogno a raccontarlo. 

A casa mia ogni giorno ci si arruola per una guerra diversa. (o sempre la stessa)