Be acid.

Grida tu qualcosa, come quando dai tuoi occhi traboccava il cielo. e cosa vuol dire questa cosa di darsi, di prestarsi a qualcun altro a tempo indeciso e impreciso. per poi vedere insieme le macerie del paesaggio. scambiarsi i modi di dire. farsisoffrire, non darlo a vedere. rimanerci male, che non mi vieni a vedere.

Mettimi in play.

Tu sei come le mie canzoni da viaggio, la playlist che ha come unica prerogativa quella di essere ascoltata sul sedile di un autobus, di un treno o qualsiasi mezzo di trasporto, vicino al finestrino. Quella canzone che sembra contenere improvvisamente tutta la tua vita, quello che lasci e quello che ti aspetta, non importa come e per quanto tempo. Avete presente quella sensazione, quella strana voglia di non tornare più che poi ti porta a pensare che in realtà da qualsiasi cosa tu stia scappando, se è tanto forte da coprire la musica, te la porterai sempre dietro? Esatto, metti in pausa quella sensazione, dentro di me hai lo stesso identico effetto: sei tutto quello di cui ho bisogno e quello che allo stesso tempo infrange ogni mio tempo verbale. Quello che voglio dire è che troppe volte, parlando a quelle canzoni, si finisce per parlare ad assenze, che troppe volte si pensano troppe cose cose che non si ha mai le palle di dire ad alta voce. Cazzo è facile parlare di mancanze a delle assenze, non so se mi spiego, è facile raccontare di quanto mi manchi il suo sorriso ad un vetro bagnato, è facile scrivere romanzi, dichiarazioni d’amore e i Colplay da colonna sonora. Le canzoni da viaggio sembrano fatte proprio per questo, proprio per noi, non riusciamo a stare fermi, mi prendi la mano al suono del pianoforte, penso a quanto avrei voluto essere capace di suonarlo, e ho paura, inizio a tremare e penso che quando sentirai il rumore prepotente della batteria, ti sentirai tanto forte (non so se vi capita, ogni volta che sento la batteria, mi sento invincibile, come se la canzone mi dicesse ‘alzati e caccia le palle, fai qualcosa, prendi in mano la tua vita’, qualcosa del genere, come se il suono della batteria fosse il mio grillo parlante) da sentire la sicurezza giusta per lasciarmi la mano (nella stessa parte del vuoto concreto della mia mano, non parlo di buchi allo stomaco). Poi penso che non tutte le persone sono come me, che quando nella mia playlist sento il bisogno di starti vicino, di dirti qualcosa, non prendo il telefono per le prime tre canzoni, poi con un bel vaffanculo a me stessa scrivo qualcosa, che sia anche solo ‘sei un grandissimo pezzo di merda’, ma, è come se parlassi finalmente a qualcuno oltre che al finestrino, voglio dire che le canzoni da viaggio non dovrebbero essere una scusante giusta a pensare quanto faccia schifo il ‘periodo’ o nel peggiore dei casi ‘tutta la mia vita’, ma la scarica del suono della batteria per fare qualcosa, per provarci fino all’ultimo. Io sono sempre per gli amori impossibili, è più forte di me, sono sempre dalla parte delle cose difficili che mi danno da pensare, da scrivere, da leggere, da scappare via urlando, è un autolesionismo che sopporto con piacere, ed è proprio per questo che avrei voglia di incollare addosso alle persone una ‘canzone da viaggio’. 

Quindi credo che io adesso debba dirti che mi manchi ogni sera, che hai il sorriso più bello che io abbia mai visto, che improvvisamente mi sono ritrovata con troppe canzoni, troppi finestrini e il credito insufficiente sul cellulare, credo debba dirti che vorrei davvero fare una valigia e andare via con te, a questo punto non mi interessa neanche dove, che non ho mai sentito qualcuno tanto forte dentro di me, che le persone cambiano ma che noi eravamo in continuo mutamento, ma insieme. Credo debba dirti che c’è qualcosa,che quello che mi manca di più, paradossalmente, è sapere come stai, cosa ti succede, è dirti che andrà tutto bene, che sembra una canzoncina ripetuta all’infinito, una specie di dogma, che però da me ti è sempre suonata familiare. Credo io debba dirti che una canzone da viaggio, senza il suono della batteria è come una vita senza cambiamenti, che non è orecchiabile, vuota, statica, banale, che sei dentro di me (non chiedermi dove di preciso perchè, non saprei indicartelo, fai parte del mio tessuto osseo, muscolare e epidermico), credo debba dirti che da quando mi hai detto che devi capire il modo in cui ti manco, io ho iniziato a dare un’etichetta alle mancanze, quando invece le mancanze sono solo brutte, solo brutte come le definirebbe una bambina, che quando mi dicevi ‘sei una bambina’, io sorridevo e pensavo al tuo fottutissimo e viscerale senso di protezione nei miei confronti, mentre adesso hai cambiato tono e l’ho aggiunto alla lista dei miei difetti, che quando mi dicevi ‘mi manchi, ho bisogno di respirare’, io ero felice, perchè mi sentivo indispensabile, mi sentivo profumo della carta da scrivere per le tue narici, e invece adesso hai abbassato lo sguardo e indossato una maschera antigas, quasi io fossi tossica. 

Tu sei come le mie canzoni da viaggio, la playlist che ha come unica prerogativa quella di essere ascoltata sul sedile di un autobus, di un treno o qualsiasi mezzo di trasporto, vicino al finestrino e io ho sempre avuto una passione incondizionata per quei viaggi infiniti che ti separano per un po’ da quello che sei stato. 

Nei backstage dei pensieri.

Mi hanno censurato i pensieri, mi hanno chiuso la bocca, gli occhi e posato le mani sulle orecchie. Non sento più nulla, vivo nell’apatia più assoluta, sento i crampi allo stomaco e so che non è amore ma solo patatine fritte. Mi guardo allo specchio, non vedo nulla, nulla di ciò che vorrei. Non mi riconosco piu.
Mi hanno censurato le poesie tra le labbra quando si alzava il sole all’alba, mi hanno censurato le parole, ciò di cui vivo.
Mi sento sola e non so come dirtelo, vivi di me, come me. Vivi dei miei sorrisi, vivi dei miei baci, tu vivi del mio profumo. Mi piace il tuo modo di fare, ma la tua dolcezza stanca, il tuo essere sempre così maledettamente perfetto, mi disintegra.
Ho sempre pensato di esser fatta per gli amori complicati, quelli che fanno male e che nella mia vita hanno avuto come iniziale sempre la lettera emme.
Ho sempre pensato bene.
Perdonami, ti prego, perdona questo mio autolesionismo, perdona il mio rincorrere qualcosa che non c’è e che mai ci sarà. Perdonami, se puoi.

Amori alternativi.

‘Prendi il giaccone prima di uscire, stanotte piove.’

Mi hanno detto che questo è il miglior modo di amare.
(ho un armadio pieno di giacconi invernali, puoi tornare)

- Kà non è così, non è possibile.

- Ma aspetta, ascolta, lasciami un attimo parlare cazzo.

- Non posso crederti, lo hai detto di così tante persone.

- Ma tu non capisci, è diverso, è stato diverso stavolta. Io ero seduta in metro che pensavo a che vestito mettere per la festa, alla voglia di caffè e a cercare le chiavi di casa disperatamente, poi lui è entrato e si è seduto vicino a me, teneva gli occhi bassi, inizialmente non mi ha neanche guardata, lo osservavo dal riflesso del vetro e intanto ascoltavo la voce di Kurt Cobain voler uscire prepotentemente dalle sue cuffiette, capisci? Avrei voluto sussurrargli all’altro orecchio ‘Come as you are, as you were,  as I want you to be ‘, avrei voluto tipo prendergli la mano e dirgli che conoscevo anche io quella canzone, che è vero lo vorrei così com’è, ma non sapevo cosa fare, cosa dire. 

Poi ha preso una moleskine, nera dalla sua borsa ed ha iniziato a scriverci sopra, ha iniziato a scrivere che aveva voglia di caffè e sigarette, e che gli mancava qualcosa, non ho letto bene cosa, lo copriva con la mano mentre allungavo lo sguardo da sotto gli occhiali da sole scuri, poi mi ha sorpreso dal riflesso a leggere i suoi pensieri, ed ha sorriso, sorriso in un modo tale che avrei voluto potesse scrivermi una specie di manuale per farlo così bene. 

Era la prima persona che non pensava soltanto a tornare a casa in tempo per la partita, che non guardava fuori dal finestrino, lui scriveva di mancanze, in  metro, come me, poi la borsa gli è scivolata, e in quel gesto ho fantasticato che volesse farmi conoscere qualcos’altro di lui, e ho visto la copertina di Giulia Carcasi, la copertina di ‘Io sono di legno’, il libro che più mi descrive, e anche allora avrei voluto dirgli che anche io sono di legno, che non poteva essere così simile a me, che le persone in tram non scrivono, e non leggono libri, che ascoltano alla radio e non Cobain, che le persone sono persone, non come me.
E mi sono sentita terribilmente aliena in compagnia, per la prima volta. Non normale, solo diversa allo stesso modo di qualcuno.
La mia fermata era passata da un pezzo ma volevo capire dove abitasse, chi fosse, cercavo disperatamente una scritta, un nome, qualcosa, lui era quello giusto, credimi, lui era davvero la mia persona perchè so che non mi avrebbe mai fatto annoiare, che mi avrebbe regalato libri al posto dei gioielli, che mi avrebbe fatto ubriacare ma solo con lui sul divano o sul balcone a confondere le stelle, so che avrebbe scritto con me cose fantastiche, ed era lì, era proprio seduto vicino a me, c’erano così tanti posti liberi e invece lui aveva scelto, come prima scelta, aveva scelto me.
Volevo fermarlo, chiedergli di fare un’altro giro, come me non mi sembrava uno che aveva così tante cose da fare. Giuro di non aver detto nulla, eppure si è voltato, mi ha sorriso e sulla sua moleskine ha scritto ‘Matteo’ con quella scrittura da writer disordinata e imprecisa con le zampette delle lettere che stavano strette tra le righe, e io ho tirato fuori la mia, un po’ imbarazzata e con la matita per gli occhi ho scritto ‘Regina’, l’ho sfumato con le dita, quasi a volergli far capire che mi piaceva disegnare, scrivere, colorare.
Ha sorriso di nuovo e abbiamo rifatto il giro di tutta la città, poi mi ha scritto ‘Where have you been?’ - Panico per i primi cinque secondi- 
‘And you, where are you? ‘
Ha chiuso frettolosamente la moleskine, avevano chiamato la sua fermata, anche se non so esattamente se fosse la sua, sembrava uno che non sapeva bene dove andare, o dove volesse essere, ho visto le sue scarpe rosse mal ridotte scendere e le porte chiudersi dietro di loro. Avrei voluto urlare un sacco di cose, ma non ci sono riuscita, ero così triste. Capisci?
Avevo perso l’uomo della mia vita, era lui, lo so, lo sentivo. 
Vicino le mie scarpe noto qualcosa, un piccolo pezzo di carta ‘Here’ diceva. Ho sorriso così bene che sembrava davvero che in quelle quattro lettere ci fosse qualche sorta di manuale, di foglietto illustrativo. 
- Tu sei pazza.
- No, mi sono solo innamorata di uno sconosciuto troppo uguale a me. 

Odio le tue frasi di circostanza.

‘Come stai? Ho appena chiuso su skype con lei’

Fondamentalmente non ti interessa nulla di come sto, è solo una stupida frase di circostanza, a te non interessa quanti libri ho letto da quando ti sei trasferito, ne sapere che fine ho fatto fare al tuo spazzolino, non hai più bisogno di dirmi che non devo fumare perchè mi fa male, o che devo mangiare altrimenti sto poco bene, e lo sai perchè lo dico con tanta certezza? Perchè non hai aspettato neanche la mia risposta, hai continuato a dirmi cosa stava succedendo nella tua vita, ma io ho bisogno di dirtelo, o almeno, ho bisogno di sentire che in quelle due parole ci sia qualcosa, ho bisogno di guardare il tuo volto farsi serio e cercare nei tuoi occhi davvero il senso di quella domanda. 

Non riesco a smettere di fumare, a scuola quest’anno è andato bene, praticamente ho paura di ogni legame, o rapporto umano, ho letto due volte tutti i miei libri preferiti e ho iniziato a scrivere lettere a gente che non conosco. 

Sto imparando a suonare la chitarra e mi drogo di milkshake anche se sembra non sapere neanche più di fragola, anche se non mi diverto neanche più a prenderti in giro perchè puntualmente non hai soldi e mi tocca pagare.

Ho scoperto che mi piace la birra, però soltanto la corona, la birra dei froci nella tua ottica al quanto originale del mondo, mi fa quasi ridere pensare a quante volte mi hai preso in giro, e mi piace anche quella salsa piccante del cinema, quella con i tacos che non ti facevo mangiare altrimenti non ti avrei baciato.

Ti penso sempre in realtà, poche cazzate, se ti interessasse di come sto ora mi chiederesti ancora ‘che hai?’ con quel tuo fare da paraculo che alla fine mi faceva confessare, come quando mi giravo di spalle e mi baciavi la nuca, mi accarezzavi le mani che quasi sorridevo. 

Mi manca la tua risata, e no, non voglio che tu sia felice con lei, intesi? Tu eri la mia persona, e per quanto lei possa essere fantastica, per quanto se non ci fossi stato tu probabilmente sarebbe stata la mia migliore amica, non mi interessa un cazzo, eri la mia persona, soltanto la mia, e quella che descrivi con gli aggettivi migliori, per me sarà sempre e solo una ladra.

Non mi interessa se con lei sei felice, perchè ti manca qualcosa, perchè ti manco io, perchè torni da me mentre continui a ripetere quanto favolosi siano i suoi occhi blu. 

Sento che ogni fottuta persona deve reggere quella sorta di confronto inesistente con te, nella mia testa. è che con te potevo parlare di libri, dei miei ritardi e mal di pancia, di birra e kebab, sento che non erano brutte le bestemmie in bocca ad una ragazza se quella ragazza ero io, che ti piaceva quella voglia a forma di fragola sotto il reggiseno che io odiavo mentre tu avevi terribilmente voglia di baciarla.

Ogni volta che mi chiedi come sto la mia testa si divide come le aspettative di Tom in 500 giorni insieme quando, dopo così tanto tempo, ha il coraggio di tornare da quel paio di occhi. si è proprio così. Ogni volta che mi chiedi come sto vorrei implicitamente che mi chiedessi se mi manchi, o se si sta bene anche senza di noi, ma in realtà a te non interessa come sto, perchè sei la persona più egoista nel modo più bello al mondo.

Ma allora non chiedermi come sto, o come mi sento, dimmi semplicemente ‘ciao, sei sopravvissuta?’ o non chiedermi nulla, stai zitto, lo dico per me, davvero.

‘Tutto bene. Non preoccuparti fa nulla tanto guardavo south park.’

Mi chiedo cosa sarebbe successo se Lisa fosse stata capace di amare.

- Lisa: Ci sono troppi muri nel mondo, troppi muri contro cui spingere la gente, e c’è troppa gente che chiede di essere spinta, gente che ti implora di essere spinta, ti scongiura di spingerla contro il muro e allora io mi domando “Perché nessuno ci mette me con le spalle al muro, perché nessuno mai mi allunga una mano mi strappa fuori la verità e mi dice che sono solo una puttana e che i miei genitori vorrebbero che fossi morta?
- Susanna: Perché tu sei già morta, Lisa!

L’ho visto come la guardi, Susanna, ho visto quanto non riuscivi a sopportare la sua lontananza, le sue vaghe fughe clandestine, come ti sentivi morire senza il rumore della sua risata. 

Ti ha insegnato tutto quello che sai. 

Ti ha insegnato a vivere lì dove ogni giorno era una conquista, dove si ha voglia di bruciarsi la pelle pur di avere come compagno un gatto, tra i portantini innamorati e le camere di isolamento. Ti ha insegnato a nascondere le pillole che lentamente ti avrebbero cancellato la memoria, rendendoti sempre più simile ad un soprammobile, ti ha tirato fuori segreti che lei non aveva, segreti che ti avrebbero portato via da lì, segreti senza i quali, a detta sua, è l’ergastolo. 

Ti ha sputato in faccia più volte l’amaro delle cose, delle parole, ti ha insegnato che nulla ti è dovuto come nel tuo mondo di porcellana, che lei non è una puttana. Ti ha fatto credere che è possibile sopravvivere anche ai dolori più grandi guardando D. con i polsi distrutti e la testa appesa ad un laccio, ti ha tirato fuori quelle verità che avevi il coraggio di appuntare solo sopra ad un quaderno.

Personalità borderline tu, tu e la tua incapacità di relazionarti con il mondo, tu e i tuoi appunti clandestini, tu e i tuoi occhi spenti, la tua voglia di capire, di dare una ragione a quella follia, tu che le hai baciato le labbra come buongiorno. 

Mi chiedo cosa sarebbe successo se Lisa fosse stata capace di amare, di amarti, se il suo sguardo si fosse posato più sulle tue mani che sui tuoi occhi, se avesse avuto mai il coraggio di sfidare qualsiasi cosa, o persona, come era stata abituata a fare sin da piccola. 

Scrivevi ‘So cosa significa voler morire e che sorridere fa male. E che ci provi ad inserirti ma non ci riesci. Che fai del male al tuo corpo per cercare di distruggere la cosa che hai dentro.’ ma tu non avevi più voglia di morire, soltanto di vivere un’altra vita, con lei che ti faceva sentire un mondo al di fuori di quelle quattro mura, che ti rapiva e su un forgoncino voleva portarti in Florida a fare la principessa dei cartoni animati.

Non ci sono solo streghe, Susanna. 

L’ho visto come la guardavi, Susanna, ho visto nei tuoi occhi e nella tua disperazioni le stesse identiche sensazioni, è che noi siamo affette dalla sindrome borderline che non andrà via con delle dimissioni da un ospedale, che noi non siamo principesse, non ci sarà alcuna Lisa per noi, alcuna persona capace di amare qualcuno fatto di mancanze. 

Mi chiedo cosa sarebbe successo se Lisa fosse stata capace di amare, amare qualcuno come noi, qualcuno con la nostra stessa maledettissima sindrome, qualcuno fatto poco di rapporti umani, probabilmente sarebbe stato più semplice e non avremmo avuto il tempo di scrivere, solo quello di sorridere. 

Il rasoio fa male

il fiume è troppo basso

l’acido è bestiale
la droga dà il collasso
la corda si spezza
la pistola è proibita
il gas puzza e allora…
viva la vita.’ 

S. 



Oggi respiro. ↘

- Ma, con lui, tutto bene?

Ultimamente riesco a scriverti di più, è come se sentissi lentamente il mio pensiero scivolare via dalla tua testa, come se non sia più questione di allontanarsi, ne di urla, ne di rabbia, semplicemente penso tu non senta, non percepisca più nulla di me. 

Oggi, due mesi fa, esattamente stasera, sono andata a ballare e tu ti eri arrabbiato perchè ti avevo promesso di tornare a casa presto e invece alle 5 avevo ancora il telefono spento, la mattina dopo ti ho chiamato, e non hai neanche urlato, ma eri così serio, mi hai spiegato che eri su un treno, e non quello che ti avrebbe portato da me, eri su un treno che ti avrebbe portato da lei, da lei che a detta tua era soltanto la tua migliore amica, ero io quella dalle paranoie, da lei che aveva i capelli neri e scuri mentre i miei erano ricci e rossi, da lei che non sorrideva nelle foto e aveva il trucco pesante, e io invece che non riuscivo ad esser seria e avevo gli occhi da bambina. Ho provato a chiamarti tutto il giorno, ho provato e riprovato ma non mi rispondevi, ti ho scritto un’infinità di messaggi ma non li hai neanche letti, probabilmente stavi ridendo di me, o forse stavi piangendo dentro ma ridevi con loro si, perchè sai, ora devo dirti una cosa, se non ci fosse stato tutto quell’odio gratuito, tu ora ancora mi accarezzeresti i capelli, ma torniamo a quello che stavamo dicendo, ah si, i messaggi.

Continuavo a scriverti ed in cambio soltanto silenzi, nessuna spiegazione, mi dici che hai il telefono scarico, che devo aspettare che torni a casa e poi posso chiamarti, mi metto a letto, mi infilo nel nostro letto con le tue foto ancora attaccate alle pareti, compongo il tuo numero che so ancora a memoria, e aspetto, il telefono si prende gioco di me squillando ancora a vuoto, ho quasi la pelle d’oca, dove sei amore?

Mi alzo e mi metto a scriverti una di quelle lettere, quelle segrete e silenziose che se adesso rileggo probabilmente non mi farebbero poi più così effetto, dopo un’ora mi fai uno squillo, il tuo solito modo di dire ‘chiamami’, quello di quando sei arrabbiato.  Dopo i soliti preliminari dalla voce insicura ti chiedo cosa è successo, ti conosco troppo bene, cerchi quasi di giustificarti prima di parlarmi, prima di raccontarmi di quel bacio. 

‘E poi gli ultimi dieci minuti, ci siamo baciati’ 

‘Vaffanculo’

Ecco, poi ti chiedi come vanno a finire le grandi storie d’amore, poi ti chiedi come finiscono le storie come le nostre, che ti risponderei soltanto ‘Vaffanculo’ (e poi forse ti stringerei tanto forte che niente e nessuno mai potrà dividerci ancora, così, grammaticalmente scorretto) 

Oggi ho incontrato un’amica che non vedevo da tre mesi, è tornata, l’ho aspettata alla stazione, la connessione da lei non andava bene e puntualmente non avevamo un soldo bucato per scriverci, e non le ho potuto raccontare nulla di noi due (o almeno ho usato questa scusa agli occhi di chi non ero palesemente distrutta).

‘Ma con mattia, tutto bene?’

‘Non l’ho sentito in questi ultimi due mesi’

Ora, le persone hanno due modi di reagire a questa domanda, c’è chi inizia a compatirti con mi dispiace, abbracci e carezze e si non sopporto questo tipo di persone, e di solito sono proprio quelle che ci conoscevano di meno, che ci guardavano soltanto felici e amorevoli nelle frasi fatte dei baci perugina e non sapevano che potevamo anche prenderci a schiaffi per scegliere il gusto del gelato,  odio quelle persone.

E poi ci sono invece le persone che ti ridono in faccia, che per un attimo fanno quella faccia da ‘ma davvero o stai scherzando?’  e poi ridono e ridono e ridono, con la sigaretta in mano o con la bottiglia di birra, loro ridono, e tu ridi con loro, e non è la birra, è soltanto che gli leggi negli occhi quel ‘te l’avevo detto’ anzi no quel ‘non te l’avevo detto per non ferirti, ma ci sono io che posso farti sorridere, stay up, Leoncino’, e ridi, e ridi ancora, e non c’è un motivo apparente, ecco, io amo queste persone, le amo schifosamente, io amo le persone che mi rimproverano ma poi mi abbracciano, che mi tirano i capelli e poi mi riempiono di baci, un po’ come noi due. 


- Hai smesso di scrivermi, di raccontarmi.

- Io non sono una che smette, neanche di fumare, figurati di pensarti. 

- Hai la segreteria telefonica?

- Si, perchè?

- Allora attacca, devo lasciarti un messaggio.

Esprimere con parole o con gesti la propria gratitudine verso qualcuno con specificazione della causa o del modo’ non dicitura più fredda di quella di un vocabolario per esprimere qualcosa.

E allora ascolta, lo so hai riagganciato perplesso, ti chiederai perchè mai preferisco parlare con un bip elettronico e non saprei neanche cosa risponderti, probabilmente son più brava a parolare con qualcosa di inanimato, le persone mi spaventano terribilmente, sono la coa più bella del mondo e l’unica in cui puoi riporre qualsiasi cosa, il problema è che non sanno restare, le persone preferiscono andare.

Vorrei specicare la causa o il modo, come citato sopra, vorrei dirti che senza di te alcune sere sarebbero state più buie del solito, perchè le mie notti sono sempre terribilmente buie, e io ne ho paura, e ho fottutissimamente paura. Di notte riesci a dire cose che di giorno non riesci neanche minimamente a pensare, di notte riesci a parlare a scrivere a sentire il peso delle cose. 

Grazie è una parola così banale eppure piena di significato, in questo momento vorrei sostituirla, inventare un sinonino che renda l’idea di quanto ti devo, un po’ come il resto quando vai a comprare il gelato o le sigarette.

E io ti devo così tante cose, ti devo tutte quelle parole che non avrei mai saputo dire, raccontare a qualcuno, ti vedevo per strada, ti salutavo, ma credimi, non avrei mai pensato che tu fossi potuto diventare il mio muro delle meraviglie.

Scriverei di te intere notti soltanto per urlare ‘io ho una persona’, perchè tu sei la mia persona, sei il mio diario segreto, la mia canzone preferita, il momento in cui in 500 giorni insieme lui si accorge che c’è qualcosa, qualcosa che cresce, al di là delle farfalle nello stomaco.

A volte mi spaventa quanto possiamo essere terribilmente simili, roba che vorrei togliermi un polmone e dirti ‘se ti manca l’aria prendi la mia, ci sono io’

E allora perche piangi? Tu hai me.

Che se piangi ti si arrugginiscono le guance.

Che poi mi chiedo dove siano le persone come noi, se ci sia davvero qualcuno che abbia il coraggio di mostrare le proprie emozioni. Ti regalerei un raggio di sole per ogni temporale di fine novembre, ti regalerei i miei sorrisi migliori per metterli in tasca e tirarli fuori quando come stanotte, hai tanta voglia di piangere, e tanto coraggio nel venirlo a dire a me.

Tu ti fidi di me, non avresti potuto farmi regalo migliore, on avresti potuto scegliere seata più perfetta di questa, non so mai se arrivi al momento giusto o rendi giusto ogni momento in cui mi parli. Penso che ci siano diversi tipi di amore, c’è quello per la tua mamma che ti spinge a darle un bacio mentre è di spalle, e quello per la ragazza che guardi sempre da lontano o forse da terribilmente vicino, e poi c’è quello per me, quello che ti fa parlare di te come se io fossi la tua moleskine, come se io fossi il tuo scrigno segreto.

Il bip della tua segreteria telefonica mi ricorda che non c’è spazio per tutto questo, che dovrei dirti solo ‘richiamami’ o ‘ci vediamo dopo, mi raccomando puntuale’, eppure io avrei così tante cose da dirti ancora.

Grazie è riduttivo, ti devo un sacco di cose, credimi, ti devo gran parte dei miei occhi e la metà delle mie dita, ti devo tutta l’aria che ho nei polmoni e un cuore sul piatto d’argento.

Sei il mio muro delle meraviglie. 

(P.s. ti voglio bene)

Ho finito le sigarette, amore.

Ho finito le sigarette e forse anche la voglia di fumare, la puzza di fumo mi ricorda la tua pelle, sapevi di nicotina per tutte le volte che dopo del sano sesso mi tenevi stretta in quella nebbia tra i miei occhi e i tuoi. Da quando non ci sei non posso più ascoltare alcune canzone ‘Sono solo parole le nostre’, lo dicevi sempre e io ti rispondevo solo ‘Vorrei stringerti forte e dirti che non è niente’.

Ho finito le sigarette amore, ho finito la voglia di ricominciare, sono due mesi che ricomincio che non so come va la tua vita, se stai bene o se qualcosa non torna anche nella tua testa, come te. A volte ho provato a scriverti un’infinità di messaggi, io scrivo, scrivo, ti scrivo tanto, ma poi non ho il coraggio, mi fermano le tue parole, l’ultima volta che mi hai detto ’ mi fai schifo’, e c’era così tanta rabbia tra le tue labbra che ancora ne sento il peso sulla pelle. 

Ho finito le sigarette, amore, ho finito i giorni del calendario, le date da ricordare e i nostri giorni bui, come quando tornavo a casa tardi e tu mi rimproveravi, ti giravi dall’altra parte a letto e mi dicevi ‘Eppure ti amo ancora’ sottovoce pensando che io non ti sentissi. Abbiamo rinunciato a tanto io e te, abbiamo rinunciato all’amore degli altri, abbiamo mandato via un’infinità di persone, io, io amore, per te avrei dato quasi tutto il mondo.

Ho finito le sogarette, amore, e ho finito anche i ricordi. Sento le persone parlarmi di quanto bello sia amare, e non ricordo, non ricordo neanche le tue labbra, ogni tanto devo riprendere una tua foto per sentire di nuovo qualcosa, oltre il vuoto, oltre il niente che sto diventando lentamente. Non ho il coraggio di parlarne con nessuno, non sono brava a dire ciò che accade dentor di me, e mi veniva facile con te lo sai? E adesso mentre scrivo con una canzone dolce, parlo ad alta voce, e mi tramano le mani, e sbaglio anche a scrivere sulla tastiera, e adesso, mentre ti penso, amore, vorrei tanto urlare, forse piangere, ma non ho più nulla, da quando non ci sei più, non ho più nulla.

Ho finito le sigarette amore, e anche le canzoni, ho finito i tuoi libri preferiti, ho finito di pensarti, di volerti, di baciarti, di amarti. Ho finito di cercarti lo sai? Ho cancellato il tuo numero dal mio telefono, peccato io lo conosca ancora a memoria, e scrivo qui, in questo nostro piccolo posto segreto, augurandomi che tu abbia già dimenticato anche questo, altre a me, oltre a noi. Mi hanno detto che sei felice, che lei è andata via, ma stavolta non sei tornato, eppure ti aspettavo, anche se dentro di me lo sapevo, io ti aspettavo. Ti ricordi quando ti ho raccontato di quella signora del paese? Quella che era sempre là da sola? quando ti ho detto -Amore quella signora era innamorata di un militare, lui gli ha detto tornerò, e lei sono 40 anni che lo aspetta davanti la porta- Mi hai sorriso, mi hai baciato mi hai detto ‘non ci lasceremo mai’

Ho finito le sigarette e forse anche la voglia di fumare, la puzza di fumo mi ricorda la tua pelle, sapevi di nicotina per tutte le volte che dopo del sano sesso mi tenevi stretta in quella nebbia tra i miei occhi e i tuoi. 

Ho finito le sigarette amore, ho finito me.